Inoltriamo in calce il comunicato finale della Rete della Pace sul “Riconoscimento Stato di Palestina per la pace giusta”. Nondimeno  Reti di Pace ci tiene  a diffondere le considerazioni di Nino Lisi sulla posizione del governo italiano e a far conoscere il suo pensiero critico rispetto al comunicato della Rete della Pace.
Qui di seguito riportiamo il testo di Nino Lisi che pienamente condividiamo
In calce il “comunicato finale” della Rete della Pace

Nel girare a tutta la Rete Romana di Solidarietà com il Popolo Palestina il comunicato della Rete della Pace pervenuto sul mio account personale   esprimo a titolo assolutamente personale una considerazione sulla posizione del Governo Italiano, che potete leggere appena qui sotto come espressa dalla ViceMinistra degli Esteri, Marina Sereni, e riportata nel comunicato.

Che non si possa procedere al riconoscimento dello Stato Palestinese, stante l’occupazione israeliana dei territori palestinesi, che l’Italia come altri Paesi “non riconosce di diritto” ma l’accetta di fatto” non riesco a capirlo. Così ci si arrende   all’arbitrio,  si accondiscende alla forza della violenza e si rinunzia a far valere le ragioni del Diritto nei rapporti internazionali. Comprendo che la politica possa ricorrere ad alchimie  di vario genere per raggiungere degli obiettivi difficili da conseguirsi altrimenti ; ma se per questa strada dopo tanti decenni non si porta  a casa alcun risultato e la sicumera con cui Israele continua a prevaricare sul Popolo Palestinese e non solo (è di ieri la notizia dell’attacco missilistico su Damasco). a sminuire l’autorevolezza dell’ONU e calpestare il Diritto, credo che non cambiare strada non sia intelligente e  sia terribilmente pericoloso.

Credo (e non da oggi, per la verità) che sarebbe  necessario organizzare “a regola d’arte” e quindi con  mezzi adeguati e le competenze necessarie  una campagna sistematica e continuativa di controinformazione  e  di comunicazione per rendere consapevole la opinione pubblica dei molteplici rischi che  anche al  nostro Paese derivano dallo stravolgimento delle regole sulle quali dovrebbero reggersi le relazioni internazionali. Senza una opinione pubblica avvertita la Campagna BDS non diverrà mai un’azione di massa, l’unica che potrebbe davvero essere efficace, le forze politiche resteranno succube della efficace strategia diplomatica e comunicativa di Israele e delle organizzazioni filoisraeliane, le Istituzioni continueranno a essere paralizzate dalla “favola” delle due ragioni contrapposte. Favola, perché non c’è che una parte sola, Israele, che sa e può far valere le sue “ragioni” anche quando (come accade assai spesso, anzi troppo spesso)  non ne ha.
Forse  per essere efficaci dovremmo cambiar strada ed  uscire dal minoritarismo.

Comunicato finale dell’iniziativa “Riconoscimento Stato di Palestina per la pace giusta”

Con i due incontri, realizzati il 1 luglio scorso con una rappresentanza dei 70 parlamentari che hanno firmato il documento contro l’annessione dei Territori Occupati Palestinesi, ed  il 9 luglio  con la Vice-Ministra del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione, Marina Sereni,  abbiamo portato a termine l’azione della Lettera/Appello al governo italiano che ha raccolto 129 adesioni di organizzazioni e 3046 adesioni individuali.

La Vice-Ministra Sereni ha confermato l’impegno italiano per la ripresa dei colloqui tra le due parti e per il rispetto del diritto internazionale, la ferma contrarietà al piano di annessione dichiarato dal premier israeliano, di parte dei Territori Occupati Palestinesi, e la necessità di costruire una posizione europea unitaria per far fronte a questa delicata situazione internazionale. Su quest’ultimo fronte, la Vice-Ministra, ha informato delle divisioni tra gli stati membri, cosa che limita l’azione dell’Unione Europea. Rispetto alla nostra richiesta di riconoscere lo stato di Palestina, la risposta è stata negativa, per il nostro governo e per la stragrande maggioranza degli stati membri, questa opzione non è considerata realistica e possibile. L’opinione dei governi è condizionata dallo “stato di fatto” che Israele sta esercitando sui palestinesi con l’occupazione, e che la comunità internazionale continua a non riconoscere “di diritto” ma che accetta “di fatto”. Il riconoscimento dello stato palestinese, secondo questo ragionamento, dovrebbe avvenire attraverso un accordo tra le due parti, e non per via unilaterale (palestinese). Inoltre, seguendo questo ragionamento, traspare un messaggio implicito o detto a bassa voce, che i palestinesi dovranno fare ulteriori concessioni se vorranno ottenere un accordo con Israele.

Nel frattempo, prosegue l’occupazione, la costruzione delle colonie illegali, le sofferenze, lo sfruttamento, le discriminazioni, la violenza, le demolizioni, gli arresti, l’erosione quotidiana della possibilità di costruire una pace giusta tra i due popoli.

La questione centrale, per noi rimane il pieno riconoscimento dello stato di Palestina, nei confini che precedono la guerra del giugno 1967 e la conseguente occupazione di Gerusalemme e della Cisgiordania. A tutt’oggi, 139 stati su 193 stati membri delle Nazioni Unite riconoscono lo stato di Palestina. In Europa solamente la Svezia ha riconosciuto lo stato di Palestina. L’Assemblea delle Nazioni Unite nel novembre del 2012 ha approvato alla Palestina lo status di stato osservatore non membro delle Nazioni Unite, riconoscendo di fatto l’entità statale. In quella sede, va ricordato, l’Italia votò a favore.
Già nel 2014, il Parlamento Europeo approvò una dichiarazione in cui si richiedeva il riconoscimento dello stato di Palestina, perché questa è l’unica possibilità per fermare la politica di occupazione e di annessione, e di ristabilire pari condizioni tra le due popolazioni,   e quindi riavviare il dialogo e riprendere la strada della convivenza e del reciproco rispetto.

Se si vuole la pace non vi sono altre strade, la storia di questi 72 anni ce lo dimostra, o si percorre la strada del diritto, del dialogo e della nonviolenza o si rimane nel terreno dello scontro, della violenza e della prepotenza dove non vi sarà pace e sicurezza per nessuno.

Il dialogo ed il confronto con Parlamento e con il governo rimangono aperti ed improntati su di una relazione franca e di reciproco ascolto. Una pista di lavoro comune è senza dubbio quella del dialogo tra le società civili per riannodare i fili tra gruppi, associazioni e reti palestinesi ed israeliane, per costruire dal basso, con la pratica della nonviolenza, del riconoscimento e del rispetto dell’altro, le condizioni per la convivenza pacifica tra i due popoli.      

Il nostro impegno per la pace giusta continua nel solco del diritto internazionale, del riconoscimento dello stato di Palestina al fianco dello stato d’Israele,  e del dialogo, fondato sul mutuo riconoscimento e rispetto, tra i due popoli.

29 Luglio 2020