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Mosul - Soldati al fronte per proteggere i due miliardi di dollari della Holding Trevi spa

Vi inviamo tramite il link seguente -  http://www.labottegadelbarbieri.org/iraq-cesena-una-diga-da-morire/ - delle considerazioni sull'invio da parte dello Stato Italiano di 450 soldati in Iraq sulla diga di Mosul con funzioni di contractors: i soldati vengono inviati in Iraq per tutelare un grande affare privato, a nostre spese.  

...Dopo la privatizzazione della guerra ora abbiamo l’uso privato delle truppe pubbliche...

Soldati al fronte per proteggere i due miliardi di dollari della Holding Trevi spa

di DAVIDE FABBRI

Dal sito La Bottega del Barbieri - il Blog di Daniele Barbieri & altr*

Una spudorata violazione della nostra Costituzione senza che nessuno (o quasi) abbia da eccepire, Barabba alberga in ogni stanza delle nostre istituzioni; al primo problema serio sul campo sarà tutto un distinguo e nessuno si assumerà le proprie responsabilità. La “guerra al terrorismo” ha aperto il vaso di Pandora, è la scusa perfetta per giustificare ogni tipo di porcheria e ogni violazione delle regole.

Condivido la riflessione di Giorgio Cremaschi (la trovate qui in fondo) che riflette sulla maxi commessa da 2 miliardi di dollari per la holding Trevi spa di Cesena: lavori di consolidamento della diga di Mosul nella provincia settentrionale irachena di Ninive. La holding Trevi spa di Cesena (alla quale dedicherò un corposo capitolo del mio nuovo libro su «Affari e politica a Cesena») è l’unica – stranamente – ad aver presentato l’offerta per la manutenzione della diga.

COSI’ GIORGIO CREMASCHI
«La decisione del governo Renzi di inviare 450 soldati in Iraq sulla diga di Mosul è un atto di guerra in violazione brutale dell’articolo 11 della Costituzione, aggravato dalle ragioni privatistiche che lo motivano. La società Trevi di Cesena ha vinto l’appalto per la ristrutturazione della grande diga sull’Eufrate. E qui c’è già la prima menzogna della propaganda governativa, simile a quelle che si usano per giustificare le grandi opere in Italia. La diga infatti non è sull’orlo del crollo; tale affermazione, fatta per dare più valore morale all’invio di truppe, è stata smentita dallo stesso direttore dell’impianto che ha dichiarato che l’impianto opera in assoluta normalità. L’investimento di miliardi di euro serve a un potenziamento dell’opera e la vittoria all’asta dell’azienda di Cesena fa parte della normale giostra dei grandi affari. All’interno dei quali rientrano anche le spese sulla sicurezza. Sappiamo infatti che da tempo in Iraq, in tutto il Medio Oriente e in Afghanistan una delle attività più diffuse e ben remunerate è quella deicontractors. Con questo termine si definisce l’evoluzione tecnologica e organizzativa dei vecchi mercenari del secolo scorso. In questi Paesi in guerra permanente i governi occidentali – a partire dagli USA, che quella guerra hanno scatenato 25 anni fa – hanno scoperto di non avere truppe sufficienti a coprire tutti i punti di intervento. Così una parte delle attività militari e di sicurezza è stata privatizzata e affidata a multinazionali della sicurezza che impiegano decine di migliaia di persone e realizzano profitti miliardari. Ora Trevi potrà risparmiare per quella quota di spese, cosa che forse ha influito anche nel suo successo nel conseguire l’appalto, visto che esse saranno a carico dello Stato italiano che invierà le proprie truppe con la funzione di contractors. Dopo la privatizzazione della guerra ora abbiamo l’uso privato delle truppe pubbliche, e i nostri soldati vengono inviati in Iraq per tutelare un grande affare. Avveniva così all’epoca delle imprese coloniali ottocentesche: le prime truppe italiane sbarcarono in Eritrea nell’800 a seguito degli affari della compagnia di navigazione Rubattino. Anche qui la modernità renziana ci riporta indietro di due secoli e la violazione della Costituzione avviene saltando anche la tradizionale ipocrita copertura della partecipazione a una coalizione internazionale. Dopo 25 anni di interventi militari in spregio dell’articolo 11, evidentemente si pensa che l’opinione pubblica si sia assuefatta e non abbia più bisogno di alte motivazioni. Non ci sono Onu, coalizioni democratiche, scopi umanitari a giustificare l’intervento militare italiano. Qui siamo solo noi che mandiamo in guerra all’estero i nostri soldati, in accordo con gli USA e, forse, con il governo iracheno. E lo facciamo a sostegno del business di una impresa italiana che dopo questa decisione ha visto il suo titolo in Borsa guadagnare il 25% in un sola seduta. Se c’è un intervento militare che mostra tutta la natura affaristica della guerra al terrorismo, è proprio quello deciso dal governo italiano in Iraq. Che probabilmente prepara analoghe e ancora più vaste operazioni in Libia e poi ovunque gli interessi economici lo richiedano. Quando Renzi e i suoi ministri affermano che non siamo in guerra mentono sapendo di mentire, le nostre truppe sono e saranno sempre più coinvolte nella sporca guerra che dura da 25 anni e che continuerà a crescere su se stessa se non riprenderemo a lottare per fermarla»

(*) Questo post del 21 dicembre resta purtroppo validissimo, con i “grandi” media a martellare bugie sulla diga: sta per crollare ma – squilli di tromba- ecco arrivano gli «eroici italiani» per salvare il popolo iracheno… LA FOTO della famiglia Trevisani è di Guido Harari.

Davide Fabbri è spesso qui per ragionare di Cesena e altro; il libro che sta preparando riprende e amplia una serie di 11 articoli (cfr qui: I poteri forti di Cesena -11) usciti in “bottega”.